VAPORWAVE / L’ABIURA DEL GENERE, MUSICALE E UMANO
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2025 / [AR] - ARTICLE / LANGUAGE [IT]

Ogni volta che a cena salta fuori che ascolto vaporwave, qualcuno fa la domanda: “Che roba è?”. E ognuno ha già la sua risposta sbagliata pronta. C’è chi pensa al busto romano con la faccia di Carlo Conti, chi ai delfini e alle teste poligonali dei meme, e c’è sempre quello che giura di aver letto la parola su una pubblicità della Pepsi del 1990. Nessuno ha del tutto torto, ed è proprio questo il casino: la vaporwave è un genere musicale, ma anche una corrente estetica, una presa per il culo del consumismo e, sì, pure un meme.

Io ci sono finito dentro nel 2014, scavando nei sottoboschi più strani della musica elettronica come facevo da quando avevo quindici anni. All’inizio l’ho liquidata come uno dei tanti meme destinati a morire nel giro di una stagione, con la stessa rapidità e lo stesso spessore musicale con cui erano nati. Undici anni dopo sono ancora qui ad ascoltarla, e lei è ancora qui a pubblicare album. Quindi, a quanto pare, il coglione ero io.

MA ANDIAMO IN ORDINE

Fine anni Duemila. Internet è esploso, ogni mese arrivano milioni di utenti nuovi e i siti spuntano come funghi. Su Tumblr e Reddit comincia a girare un filone di immagini nostalgiche dedicate all’estetica commerciale degli anni Ottanta e Novanta: pubblicità, videogiochi, grafica 3D rudimentale, una mezza ossessione per i paesaggi minimali dei primi giochi di corse. Nessuno lo chiama ancora in nessun modo, ma è l’embrione di tutto.

La svolta musicale arriva nel 2010, quando Daniel Lopatin, sotto lo pseudonimo di Chuck Person, pubblica Eccojams Vol. 1. È uno scherzo, o quasi. Lopatin riprende l’idea della plunderphonics, che il compositore canadese John Oswald aveva teorizzato a metà anni Ottanta: fare musica tagliando, rallentando e incollando la musica degli altri, fino a chiedersi di chi sia davvero un pezzo. Il risultato suona come un disco dei Toto infilato in un mangianastri rotto. I sample si rincorrono, accelerano, rallentano fino a perdere il senso delle parole, si accavallano in un frullato che non dovrebbe funzionare. E invece funziona, perché calza a pennello con l’estetica che girava online. Lo scherzo diventa virale.

Più o meno nello stesso periodo James Ferraro pubblica Far Side Virtual (2011), e prende la stessa ossessione per un’altra strada. Niente Toto: i suoni arrivano da jingle giapponesi, musica da ascensore, suonerie, sintetizzatori da computer di fine anni Novanta. È più melodico, più spensierato e artificiale da far paura, come un 1984 raccontato dal punto di vista dei cartelloni pubblicitari.

Chuck Person e Ferraro sono le fondamenta. Ma a dare al genere una forma, e poi un nome, ci pensa Vektroid, che a fine 2011, sotto il nome di Macintosh Plus, butta online Floral Shoppe. Il sampling sfacciato del primo e i paesaggi surreali del secondo finiscono nello stesso disco, con un suono pieno, sporco e lo-fi che ancora oggi è la definizione da dizionario di vaporwave. Un album uscito quasi in anonimato diventa una stella polare per tutti quelli che nel frattempo pubblicavano roba simile in ogni angolo della rete.

A farlo esplodere è un pezzo solo, “リサフランク420 / 現代のコンピュー”: un sample di “It’s Your Move” di Diana Ross, rallentato così tanto che metà internet ha cominciato a cantare un testo che non esiste. È diventato l’inno del genere e di tutta la sua filosofia, cioè glorificare con un sorriso ebete il furto di musica altrui.

Il nome viene da “vaporware”, i prodotti annunciati in pompa magna e mai arrivati sugli scaffali. Ma c’è anche chi tira in ballo Marx, che nel Manifesto scriveva che sotto il capitalismo tutto ciò che è solido verdampft: evapora. E ci sta: una volta che conosci le radici della parola, il collegamento con capitalismo e consumismo diventa quasi ovvio. Busti romani e loghi aziendali, nostalgia e sample in loop, eleganza classica e metodicità da ufficio marketing.

IL SUPERMERCATO INFINITO

Ogni genere è costruito per contenere un certo tipo di emozione. Il metal è fatto per la rabbia e l’introspezione violenta, e “Down with the Sickness” su una base jazz non avrebbe lo stesso effetto, così come Baby Shark su una base metal non avrebbe senso (cercala comunque). La vaporwave è costruita per contenere un’emozione più strana: il comfort senza pensieri.

È una critica al capitalismo, ma talmente fedele da diventarne la rappresentazione perfetta. Cosa ascolteremmo se l’individualità fosse solo un altro prodotto da comprare? Se le emozioni che ci rappresentano non fossero passione, amore e creatività, ma soldi, acquisti e plastica?

Ascolteremmo questo. La vaporwave è perfetta come la confezione di un giocattolo nuovo e profuma del supermercato più grande del pianeta, aperto a tutte le ore e luminoso come un pomeriggio d’estate, col pavimento di marmo che cigola sotto le scarpe nuove. Non ci sono orologi e non c’è nessuna spesa da fare, solo una passeggiata lunghissima sotto un cielo di neon. È pieno di persone e vuoto di individui. Sulle scale mobili senti quel tremore leggero nelle ossa, lo stesso di quando eri bambino e potevi fare quello che volevi senza sapere che, in realtà, era qualcun altro a occuparsi di te. Le responsabilità evaporano, i pensieri sanno di tè freddo della macchinetta, e la vita passa leggera come una brezza tra i capelli. Una libertà che ti tiene prigioniero, e ti piace pure.

DOPO FLORAL SHOPPE

Fin qui la vaporwave sembra un passatempo per ragazzini che rallentano canzoni sconosciute e le rimarchiano con titoli in giapponese. Non avresti torto. Ma da lì il genere si è spaccato in una quantità imbarazzante di sottogeneri, e ognuno ha preso un pezzo di quel supermercato e ci ha costruito sopra casa sua.

C’è il mallsoft, che il supermercato lo prende alla lettera: musica d’ambiente da centro commerciale, con tanto di eco e chiacchiericcio di sottofondo. Saint Pepsi, con Hit Vibes (2013), fa da apripista al future funk, molto più veloce e ballabile, che riporta in vita il catchy degli anni Ottanta senza vergogna. Blank Banshee ci mette dentro la trap e la psichedelia. Infinity Frequencies, con Computer Death (2013), va dalla parte opposta e ci trova il vuoto, il decadimento, l’aldilà. Vaperror con Mana Pool (2014) dimostra che si può fare vaporwave anche per chi non ha voglia di soffrire. Poi arriva Dream Catalogue, l’etichetta di Hong Kong Express, e con lei 2814: la nostalgia anni Ottanta viene mollata per strada e la vaporwave comincia a raccontare storie, viaggi notturni e romantici in una città giapponese che esiste solo in un sogno fluorescente.

In mezzo a tutto questo c’è un dettaglio che conta più dei suoni: l’anonimato. Quasi nessuno ci mette la faccia. Musica anonima, fatta da gente anonima per gente anonima, con materiale raccattato nel bidone dell’usato di internet. In un mondo dove la privacy non esiste più e tutto è già scritto, è stranamente rinfrescante.

La vaporwave è probabilmente il primo genere nato e cresciuto interamente online, senza una città, una scena o un locale da cui sia partita. Ogni anno qualcuno la dichiara morta, e ogni anno escono nuovi album di artisti di cui nessuno conosce il nome. Vaporwave is (not) dead. Non lo sarà mai.

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BY XOR-NAND