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Se adesso vanno di moda i video girati con le patate, con l’iPhone del 2007 o con la usa e getta comprata in autogrill, non è per nostalgia. È rigetto. Mi sono rotto il cazzo, e a quanto pare non solo io, di video girati in studio con ventimila euro di attrezzatura che non hanno niente da dire.
Da qualche parte lungo la strada una forma d’arte è diventata un processo produttivo, e tutti si sono dimenticati che per fare un video bisogna avere qualcosa da raccontare. Una cosa sentita, tua, che valga la pena dire. Non un brief, non una reference board, non una palette colori. Oggi l’attrezzatura costa due lire, chiunque si può permettere roba che dieci anni fa era da broadcast, e la qualità media di quello che si vede in giro non è migliorata di un centimetro. Perché il problema non è mai stato il sensore.
L’AI HA UCCISO L’OUTPUT, E MENO MALE
L’AI non ha ucciso l’arte. Ha ucciso l’output, ed è la cosa più utile che potesse fare.
L’output, cioè l’immagine, il brano, il video, la cosa finita, era già da decenni la parte meno interessante dell’arte. L’arte concettuale l’aveva capito negli anni Sessanta. Il problema è che il mercato ha continuato a venderlo come se fosse la cosa, e la gente ha continuato a comprarlo.
Adesso un’AI ti sputa fuori in trenta secondi qualsiasi output tu riesca a descrivere. Quindi l’output, da solo, non vale più niente: non come espressione, non come identità, non come prova di niente. Quello che resta, quello che nessuno può fare al posto tuo, è il motivo per cui volevi fare quella cosa. Il pensiero, il percorso, le scelte, gli sbagli.
Non è un’idea mia. Il filosofo David Davies, nel 2004, sosteneva che un’opera d’arte non è l’oggetto finito ma l’atto che l’ha prodotto. Il quadro è quello che resta, l’opera è quello che è successo. Un’AI ti può dare il quadro, ma non ha nessuna ragione sua per averlo fatto così e non in un altro modo. E senza una ragione, secondo me (e probabilmente anche secondo il buon vecchio Davies), non c’è opera.
QUANDO L’ARTE NASCE GIÀ VENDUTA
La musica commerciale non mi fa schifo perché è brutta, anzi, spesso è fatta benissimo. Il problema è che è design. È fatta per funzionare su tutti, e per questo non appartiene a nessuno.
Non è una questione di genere. È che dover produrre qualcosa di vendibile ti storce il processo prima ancora di cominciare. Non fai più la cosa che devi fare, fai quella che puoi vendere. E il risultato non è davvero né tuo né di chi lo ascolta.
Non sto facendo la morale a nessuno. Chi vive di musica, di grafica o di video non è un artista peggiore degli altri. Solo che fa una cosa diversa: un’opera che nasce già con una destinazione e quindi con un limite cucito dentro.
Il mercato serve, eccome. Il problema è averne bisogno. Usarlo va benissimo, dipenderne ti cambia, e non perché i soldi siano sporchi. È che nel momento in cui hai bisogno che qualcuno compri, cominci a fare le cose per lui. E a quel punto non stai più rispondendo a te stesso, stai rispondendo a una domanda di qualcun altro.
Alla fine la domanda è una sola, per chiunque faccia qualcosa: lo sta facendo per una ragione sua o per una ragione di qualcun altro? E non sempre la risposta piace.
IL PROSSIMO MOVIMENTO
Secondo me il prossimo movimento dell’arte non sarà una questione di stile, ma di posizione. Il valore si sposta sull’unica parte che non si automatizza, non si ottimizza e non si replica: esserci, mentre la fai. L’arte concettuale non torna di moda per nostalgia o per paura romantica della tecnologia. Torna perché è l’ultimo posto rimasto dove essere presenti fa ancora la differenza.
Resta un problema: come racconti un processo senza trasformarlo in contenuto? Probabilmente non si può, e questo articolo ne è la prova. Ma forse non serve raccontarlo. Serve farlo, per una ragione tua. Tutto il resto, questo articolo compreso, è output.
E se finirà nelle mani di un’AI che lo legge e lo riutilizza per generarne di nuovi, Amen.
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BY XOR-NAND