NOVANTA MINUTI / EUFONIA: ODE ALL'AUDIOCASSETTA
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2026 / [MU] - ARTICLE / LANGUAGE [IT]

Un giovedì qualunque, in una città che potrebbe essere la tua. Lui cammina senza fretta, perché per le prossime due ore ha in agenda solo un paio di commissioni inutili e l’idea vaga di un caffè. Mani in tasca e testa da un’altra parte.

Dall’altra parte del marciapiede uno si pianta davanti a lui e lo fissa, con quella faccia di chi è sicuro al settanta per cento di conoscerti e sta valutando se il restante trenta valga la figura di merda.

Lui alza gli occhi e in tre secondi ha di nuovo sedici anni: il suo compagno di banco adesso ha la barba, un principio di stempiatura e un sorriso stampato in faccia, almeno quello è rimasto identico. Si abbracciano, il semaforo ritorna rosso.

“Che spettacolo rivederti.”

“Cosa combini adesso?”

“Niente di che, sono tra due lavori, ho appena…”

La conversazione è inutile e la conosciamo tutti a memoria: chi si è sposato, chi è andato a Londra, chi è diventato un coglione, che sono sempre gli stessi di prima. Poi il discorso torna indietro da solo, come fanno tutti i discorsi tra vecchi compagni di scuola.

“Che ci facevi in giro?”

“Tornavo dal lavoro… Ho venduto la macchina. Coi prezzi di adesso girare in auto è da pazzi.”

“No! La decappottabile?”

“Ma va, io con quella mi ci faccio seppellire.”

“Ti ricordi in giro sui colli? Con la cappotta giù che quando pioveva dovevamo scendere in due per ritirarla su…”

“Dio bo, che bei tempi. Adesso sta più in garage che in strada purtroppo.”

“Non gira più?”

“Più o meno, per funzionare funziona, ma l’aria condizionata è morta, la radio prende una stazione sola e d’inverno fa più caldo andare a piedi. L’unica cosa che funziona ancora è il mangianastri.”

Si ferma un attimo.

“Ti ricordi la cassetta che mi avevi fatto? In terza.”

“Sì che me la ricordo.”

“Mi avevi detto che era la tua musica preferita in assoluto e che dovevo ascoltarla per forza. È l’unica cassetta che ho…”

E francamente, del resto della storia non importa nulla.

La cassetta è un oggetto semplice. Novanta minuti, quarantacinque per lato, e se l’ultima canzone non ci sta la tagli a metà e tiri una madonna. Per farne una ci voleva un pomeriggio intero, col dito sospeso sopra rec e play ad aspettare che lo speaker radiofonico la smettesse di parlare sopra l’intro, cosa che puntualmente non faceva (mica scemo). Riavvolgevi con la Bic perché le pile costavano un botto, scrivevi i titoli sulla copertina con una calligrafia terribile, peggiorata anche dal tuo pessimo senso dello spazio a disposizione, e alla fine ci piazzavi sopra un nome stupido che ti sembrava geniale.

Una cassetta non la puoi skippare. Quindi alla fine te la ascolti come l’ha decisa chi te l’ha fatta: nell’ordine che ha scelto lui alle due di notte, col fruscio, coi buchi, con quella canzone che non sopportavi e che dopo vent’anni sai a memoria. Nessun algoritmo, nessun “potrebbe piacerti anche”, solo una persona che ti dice questa era roba mia, adesso è anche tua.

E il nastro invecchia. Si allunga, rallenta, le voci calano di mezzo tono, i bassi non sai nemmeno cosa siano. Ogni tanto il mangianastri decide di trasformare la tua cassetta in una confezione di noodles, e via con la Bic a provare a riappropriartene. È un supporto che vive, si consuma insieme a te, ed è per questo che gli vuoi bene.

Il compagno di banco ride e gli confessa che metà dei pezzi li aveva rubati a suo fratello. Si salutano con la promessa di vedersi presto, che forse vuol dire mai. La sera scende in garage, si siede in macchina e senza nemmeno accenderla ascolta, per la seicentotredicesima volta, Right Here, Right Now di Fatboy Slim. Nota per la prima volta che la traccia rallenta, a metà. Ah no. Si sta scaricando la batteria. Lasciamola scaricare, la musica continua.

Questo momento è eufonia.

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BY XOR-NAND