GONJASUFI / NON VUOLE PIACERTI (E FA BENE)
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2025 / [AR] - ARTICLE / LANGUAGE [IT]

Oltre a insegnare yoga, Gonjasufi fa musica, e fin qui siamo tutti d’accordo. Sul genere invece c’è un po’ più di confusione. Hip hop sperimentale? Sì, dai. Psichedelia? Perché no. Pitchfork lo mette sotto rock, ma non sono abbastanza sbronzo da trovarci un senso.

Del genere, comunque, non gliene frega un cazzo nemmeno a lui, e si sente in quasi ogni pezzo. Gonjasufi molla le etichette per potersi esplorare senza paura e si fa contaminare da tutto quello che gli passa a tiro: richiami alla musica africana, impronte elettroniche, strumenti comprati in un mercatino etnico che nessuno sa dove sia. A tenere insieme il casino c’è quella voce, improbabile e inimitabile.

Sulla voce di Sumach c’è poco da dire che non sia già stato detto, e urlato. Flying Lotus l’ha descritta meglio di chiunque: “spettacolare sporcizia fuori dal tempo”. Passare da un falsetto in lacrime a un timbro da cinghia di trasmissione montata male, e farlo pure con una certa eleganza, non è roba da tutti.

Ascoltare A Sufi and a Killer (2010) è un po’ come quando la tipa della classe accanto smette di parlarti il giorno dopo averti baciato. O come la sensazione appiccicosa del tempo che passa, la mattina dopo un compleanno di merda. Un ottovolante di emozioni, il lutto per qualcosa che non è mai stato niente di speciale ma che, cazzo, poteva esserlo. Dolce e amara, sensuale e frigida, confusa e chiarissima, così intensa da farti pensare che forse il bello stava proprio nel perderla. Adesso almeno c’è spazio per qualcos’altro.

Balla, cazzo, balla, ma senza muoverti. Sei completamente fuori di testa: le melodie sono coniglietti arrapati in groppa a bassi profondi a forma di elefanti grigi. Ogni tanto un coniglietto tira fuori uno strumento africano e parte con un assolo, ogni tanto si fa una scopata. Intanto Gonjasufi ti tiene per mano e ti racconta il suo sogno, e per fortuna sei invitato anche tu, perché a un certo punto del viaggione ti viene il sospetto che uno dei coniglietti voglia chiavarsi proprio te.

Callus (2016) conferma un altro mio sospetto: le droghe sintetiche sono démodé. La vera droga sono i sintetizzatori. Gonjasufi ne è dipendente marcio e te ne offre una botta, solo che invece di passartela te la sbatte in faccia. Lasciati andare nelle distorsioni e goditela, tanto poi ne vorrai ancora. Qui le melodie sono un’enorme mano lo-fi che ti tocca a metà strada tra una carezza e una sberla. Ti scappa un sussulto, ma non è paura: sei solo un po’ eccitato. Goditi il momento. Se ti sta piacendo, sta per farlo più forte.

Hai l’impressione che la voce l’abbia registrata da un telefono pubblico? Probabilmente hai ragione.

Il mio consiglio: se ti dà fastidio, ascolta più da vicino.

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BY XOR-NAND