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Ci sono rapper che il passato lo celebrano. Danny Brown ci sguazza dentro come un bambino scappato al controllo dei genitori, che nuota felice in una pozzanghera lurida a bordo strada e ride come un pirla. Tu puoi solo guardarlo e rosicare: vorresti essere lui. E chi te lo impedisce, scusa?
La sua musica nasce tra alcol scadente, mozziconi spenti sul tavolino e un paio di VHS porno rovinate su cui appoggiare i piedi. Eppure, in mezzo a questo studio di registrazione improbabile, salta fuori un affetto strano. La voce stridente di Danny sembra ridere di tutta la merda che ha passato, ma non è una risata di gusto: è quella di uno che si prende per il culo da solo, perché di quella merda sente la mancanza.
Ascoltare Atrocity Exhibition (2016) è come leggere il diario di uno che non aveva un cazzo da dire finché non si è fatto due righe, e adesso trascrive lunghe chiacchierate coi suoi fantasmi. Il suono è un minestrone come quello della nonna, solo che dentro ci sono rap, punk e forse un tocco di jazz. Se per jazz intendi una jam session tra un tossico, un batterista epilettico e uno che ha rubato una tromba e non la sa nemmeno suonare.
Non c’è redenzione, ma neanche cinismo. Danny non cerca compassione e non la rifiuta. Te lo immagini quasi, che alza le spalle: “Boh, guarda pure, è tutto lì. Non c’è niente da salvare. Però era casa.” Il passato non è un posto da cui scappare, è un disastro in cui continua a tornare con affetto, perché sa che là dentro, nonostante tutto, c’è anche l’origine di quello che è diventato.
Il messaggio, per me, è chiaro: Danny Brown non fa musica per essere capito, e capirlo non è nemmeno compito tuo. Quel diario non l’ha scritto per te, sei tu che ci stai ficcando il naso. Tra una pagina stropicciata dalle lacrime e l’alone di un bicchiere di whiskey, un’altra risata. Ain’t it funny? Mica tanto.
Mi è salito il magone, quindi chiudo qui e vado a bere.
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BY XOR-NAND